La vendemmia raccontata da Mariapaola Di Cato

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Vendemmia … il Tempo, l’Attimo, la Vitae.

1°Ottobre 2016… salgo in auto per andare giù in vigna, sono giorni importanti quelli che precedono la vendemmia!
Due anni fa nel 2014 stavamo raccogliendo la Malvasia. 
Ero fiera di come nonostante la stagione piovosa , ostile,  “Lei” ce l’avesse fatta, i grappoli liberi, brillavano al sole, dorati, maturi.
Agosto ci aveva messo a dura prova, con papà ci guardammo negli occhi e a denti stretti tagliammo quei grappoli che non sarebbero mai arrivati a maturazione.
Non fu un semplice diradamento per noi che portiamo avanti delle rese molto basse, ma trovarsi davanti a un bivio.
“O si taglia o non si vendemmia!”

Senza uve sane, perfette noi non facciamo vino, non si fa vino non almeno un vino vivo, autentico, figlio di un territorio,un vino pulito,genuino, artigiano,  libero  di essere nient’altro che se stesso.

Fortunatamente Settembre fu buono, l’estate arrivo’ in ritardo ma si protrasse per l’intero mese di Ottobre così che anche i nostri grappoli di Montepulciano d’Abruzzo divennero neri e gonfi, dolci come il miele.
Non so se sia giusto parlare di ottime annate o no, so solo che ogni singola vendemmia ti resta nel cuore, è vita che scorre nelle vene e ti emoziona nel bene e nel male.
Certo l’abbondanza e la meraviglia del 2015 o del 2011 non puoi scordarla, i grappoli ti riempivano gli occhi, l’anima, sembravano dipinti ma … le vendemmie più sofferte hanno un’altro sapore  e la 2014 fu una di quelle e parlerà di sè con il tempo. Per ora riposa ancora nelle botti.
“Non ci siamo ancora! L’uva deve stare!!”
La voce di papà irrompe tra le mie riflessioni e mi riporta qui tra i filari. 
Guardo i grappoli, pochi ma sani, guardo il cielo … oggi è terso! Il sole è tiepido e dopo giorni di pioggia e freddo a me sembra una benedizione, mi fa ben sperare che è ancora tutto possibile, che dopo tutto ce la possiamo ancora giocare .
Già dopo tutto… 
Era il 22 Aprile, il giorno seguente sarei dovuta partire per una fiera. Non amo particolarmente lasciare le mie terre soprattutto nei periodi in cui hanno bisogno di noi.
Quel giorno ero ancora in vigna e mi affrettavo a finire tutti i lavori così da poter andar via a cuor un pochino più leggero.
Era caldo! 30 gradi in Aprile, un caldo anomalo per le nostre zone ma.. guardavo il Morrone e non si vedeva più neve.
Tutto era in piena vegetazione e la Malvasia si preparava a una precoce fioritura .
Mentre passavo con la zappa ogni singola pianta asciugandomi il sudore sulla fronte ne osservavo la rigogliosità: si preparava una grande annata!
Partii serena, ignara che di lì a qualche giorno sarebbe tornata la neve sui monti.
Il 24 sera papà mi mise al corrente che era stata una giornata di freddo e la neve era improvvisamente arrivata.
In passato si sono già verificate gelate primaverili la nostra terra è soggetta, negli anni hanno terrorizzato generazioni di agricoltori. Quante notti hanno passato al freddo a cercare di limitare i danni. 
Nonostante la stanchezza di un giorno di fiera feci fatica a prendere sonno, quella notte, come non mai, desiderai la pioggia. Al mattino venni svegliata dal telefono, capii subito, papà aveva la voce stanca di chi ha passato una notte in piedi.
Disse poche parole: ” Questa notte le temperature sono scese a meno 5°,il cielo sereno, non abbiamo potuto fare niente. Pensiamo al 2017!”
Il giorno dopo, il mio compleanno, rientrando da Parigi non passai da casa, presi la strada per i vigneti.
 A valle la gelata aveva riportato l’inverno, sembrò un viaggio indietro nel tempo.
Non c’era più vita,”il legno” era grigio e le verdi foglie che avevo lasciato erano cotte, accartocciate dal gelo mentre i giovani germogli, mollicci iniziavano a putrefare.
In ginocchio tra le lacrime guardavo la mia terra senza riconoscerla. Lacrime amare. Assaggiai per la prima volta il sapore della gelata e mi resi conto dei sacrifici dei miei nonni.
Sentii sulla pelle il prezzo di quella libertà che solo la terra sa darti e capii perchè, quando nonno ne parlava i suoi occhi tradivano il suo sorriso. Un velo nascondeva dignitosamente l’amaro delle annate più dure.
I giorni seguirono silenziosi, neanche i più anziani in paese ricordano una gelata così forte.
C’era ben poco da fare, ci limitammo a tagliare tutta la parte ferita e a pazientare con fiducia nella forza della natura.
Toccare questi grappoli per me oggi sa di miracolo!
“La natura è un miracolo meraviglioso che si perpetua ogni giorno davanti ai nostri occhi!” proprio così, caro Aristotele !!
Lavorare in vigna senza vederne i frutti sperati è ancora più dura ma impari ad apprezzare il valore di ogni singolo germoglio e mentre te ne prendi cura ti accorgi che è la Vitae a curare te e darti forza. 
(Il dittongo finale non è un errore di battitura è voluto,lo uso sempre! Vita – Vite  credo che l’assonanza non sia casuale!)
Ho 35 anni, ho i racconti dei miei nonni, quelli degli anziani del mio paesino ,Vittorito, ho  i miei ricordi di bambina quando saltavo la scuola per correre scalza in vigna e di nascosto annusavo i vapori del vino,ho  tante vendemmie di vicini e parenti ma effettivamente sono solo dieci le vendemmie sulle mie spalle accanto a mio padre.
Vendemmie che iniziano a febbraio, quando con la potatura muoviamo i primi passi sulla strada di un destino incerto, ogni anno diverso, vendemmie che si decidono quando l’ultima Luna d’estate, la Luna dell’uva, ci ha lasciato e l’aria diventa magica, intrisa di profumi preziosi.
E’ in questa atmosfera d’eccitazione che nasce l’intuizione, l’alchimia e il vignaiolo in un chicco d’uva legge il futuro.
Vendemmie che ricorderemo seduti intorno a una tavola  in compagnia di amici sinceri e del nostro vino, vendemmie che senti nell’aria quando aprendo una bottiglia d’annata sorridi già annusando il tappo.
“Un messaggio chiuso in bottiglia,affidato alle onde del mare racconta la Vita ! A questo penso ogni bottiglia che chiudo.Chissà chi stappandola ne coglierà il senso ! “
Mariapaola 
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Mariapaola Di Cato nasce il 26 aprile 1981, porta avanti insieme alla famiglia una piccola azienda tra le montagne abruzzesi, dove il rispetto del territorio e delle uve è  obiettivo primario nella produzione.

La vendemmia raccontata da Luciano Capellini

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L’ora della vendemmia.

Arrivano da lontano due dei vendemmiatori di quest’anno.

Restano stupiti, quasi incantati da questo paesaggio “paesi bellissimi costruiti sopra montagne di roccia viva” li definiscono.

Manarola, Corniglia e poi Volastra, dove arrivano i dorati grappoli raccolti con delicatezza ed inizia la diraspatura, pressatura ecc.

Stupendi Sergio e Simone che trovano naturale far sentire i nuovi a loro completo agio.

Raccontano di come hanno attraversato il deserto e poi il mare sino a vedere le navi della salvezza. Ora sognano un lavoro, una vita. Non sarà facile per loro, come non lo è per nessuno.

Lavoro secolare il nostro, come secolari sono i vigneti ed i paesaggi di pietra. Oggi lo sguardo scorre dall’arcipelago toscano e percorre tutto l’arco ligure sino alle alpi e giù in Costa Azzurra, che non appare poi così lontana. Intensi i profumi delle innumerevoli erbe mediterranee, così come gli incredibili colori.

Costante lo stupore dei tanti visitatori che percorrono i sentieri tra i vigneti ammirando l’ingegno dell’uomo che da secoli riesce a dominare questo paesaggio che non trova sufficienti aggettivi per descriverne la bellezza.

La bottiglia del “vin bun” 2015 oggi 5 terre dop. Appare sul tavolo, è pronta per arrivare sulle tavole dei suoi estimatori e lo faremo appena finita la vendemmia.

Dovrà invece ancora attendere lo sciacchetrà della stessa annata, anche se già scalpitano i profumi e intenso è il colore dell’oro.

Chissà se queste terrazze conserveranno la forza di resistere, chissà fra dieci o cento anni chi avrà la capacità di continuare a produrre e commerciare vini unici, capaci di sensazioni uniche.

Godiamoci questo rosso tramonto, questa frescura serale, questi profumi e poi …. Chissà?

Luciano

 

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Luciano Capellini è da anni impegnato a portare avanti la tradizione vitivinicola ligure. In un paesaggio unico al mondo, dichiarato Patrimonio dell’Unesco nel 1997, nascono i vini della Cantina “del Vin Bun” dallo Sciacchetrà. Sul suo sito scrive: “Facciamo il vino come lo facevano loro, come ci hanno insegnato negli anni, con pazienza e dedizione i nostri genitori e i nostri nonni. Guardiamo però al futuro con la stessa curiosità con cui guardiamo il passato.”

 

 

La vendemmia raccontata da Piero Antinori

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Sono del parere che la “passione” sia il valore più importante per un produttore di vino e non vi è dubbio che per “affezionarsi” a questo nostro mestiere non ci sia modo migliore che “vivere” la vendemmia, il momento conclusivo di un anno di lavoro, di preoccupazioni, di speranze.

Per questo, quando ero ragazzo, mio padre mi ha incoraggiato ogni anno, a partecipare alla vendemmia e la stessa cosa ho fatto con le mie figlie ed ora con i nipoti.

La raccolta dei grappoli, il profumo del mosto in fermentazione, la svinatura, sono sensazioni che ti penetrano e non si scordano.

E’ un momento di festa e di allegria da condividere con altri, a contatto con la natura e con le straordinarie bellezze paesaggistiche delle nostre colline.

Piero

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Il Marchese Piero Antinori nasce nel 1938 a Firenze e oggi dirige insieme alle sue tre figlie l’azienda “Marchesi Antinori” che negli anni è stata in grado di interpretare al massimo il rapporto tra il vino e il territorio della Toscana. Una realtà vitivinicola italiana quella della famiglia Antinori che inizia nel lontano 1385 quando Giovanni di Piero Antinori entra a far parte dell’Arte Fiorentina dei Vinattieri, e che ha visto e vede oggi avvicendarsi ben 26 generazioni, comprendendo negli anni non solo il territorio toscano, ma altre zone vinicole vocate ad un’altissima qualità produttiva.

La vendemmia raccontata da Renato Boveri

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La vendemmia 2015 non è stata per me una grande annata.

Ma la terra bisogna prenderla com’è e io prendo quello che mi dà, così come me lo dà.

Io la terra non l’ho mai forzata, l’ho sempre rispettata e sono sicuro che così il prodotto che ottengo è genuino.

Dalle nostre parti c’è un proverbio che dice: “Al vin bòn às fa a cà di plandròn”, che vuol dire che il vino buono si fa in casa di quelli che non fanno troppe lavorazioni, né in campagna, né in cantina (pelandroni).

Avrei dovuto fare come nell’Oltrepo Pavese, aggiungere l’acqua, che le vigne erano aride. Invece ho raccolto dell’uva quasi asciutta. Mai successo una cosa così in vita mia.

Non c’era mosto dentro. Sia Dolcetto, che Barbera, che Cortese, che Timorasso. L’uva migliore me l’ha data la vigna Sant’Ambrogio, che è a metà strada tra Monleale e Montemarzino, proprio dove c’è la cappelletta votiva di Sant’Ambrogio.

Sono quasi due ettari di viti molto vecchie che sono lì dagli anni ’30,  con delle radici che vanno a cercarsi l’acqua a fondo nel terreno.

Ho lavorato solo un po’ la terra con la vanga e poi con la fresa, ma era inutile perché era troppo secco.

Tanti, per raccogliere di più,  hanno tenuto le vigne concimate, folte con tutte le foglie sulle viti.

Io invece non dò acqua, non concimo e comincio a defogliare a mano già in primavera e proseguo per tutta l’estate. Lascio solo due foglie davanti al grappolo perché così prende meno malattie e di conseguenza faccio meno trattamenti.

Sono tanti anni che faccio la vigna ma il vino un anno uguale all’altro non l’ho mai fatto.

Sono nato il 5 febbraio del 1922 nella mia casa di Monleale e mio padre Faustino mi ha messo sotto a lavorare in vigna che ero ancora un bambino.

Avevo otto anni e mio padre mi diceva: ” Alle quattro finisce la scuola. Torna  a casa, prendi il carro con i buoi e vieni nella vigna che tagliamo l’erba da dar da mangiare alle bestie”.

Era sottufficiale di cavalleria e non scherzava.

A volte per farsi capire bene batteva un pugno sul tavolo e io andavo coi miei buoi nella vigna senza discutere, altroché studiare! Tuttavia  ho preso lo stesso la licenza elementare.

Ho frequentato le scuole a Monleale fino alla quarta poi, tutti i giorni a piedi, avanti e indietro fino a Volpedo, dove ho fatto la quinta.

Però i miei tre figli li ho fatti studiare fino a prendere la laurea,  anche se da piccoli li facevo venire in cantina a darmi una mano. Sul muro a metà della scala che porta in cantina c’è ancora l’impronta violacea della manina impregnata di vinaccia che uno di loro ha stampato sull’intonaco bianco .

A tredici anni ero già un mezzo uomo.

Non avevo paura di niente e mio nonno Bartolomeo mi diceva “Il dottore lo devi far te, perché i dottori van bene ad aggiustar le ossa e basta”. Mio nonno aveva una grande proprietà, più di mille pertiche di terra in Toscana che sono rimaste trascurate durante gli anni dal ’15 al ’18 a causa della guerra.

Anche mio padre non poté occuparsi molto di quelle terre perché si fece sette anni sotto le armi, senza mai venire a casa: cinque anni a Tripoli, poi in Albania e infine a Trento e Trieste.

Nei miei ricordi c’è una  vendemmia che non dimenticherò mai.

Era il 2 ottobre 1935 e Mussolini dichiarava guerra all’Abissinia.  È cominciato a piovere al mattino presto e non ha più smesso per giorni e giorni. 

Era la prima volta che vedevo raccogliere l’uva coi secchi. Come mettevi giù il grappolo si pigiava da solo talmente era impregnato.

Io e un altro ragazzo della mia età passavamo nella vigna con la bigoncia in spalla, a piedi scalzi e ci mettevano dentro i grappoli e quando era piena andavamo a vuotarla sul carro coi buoi che non potendo entrare in mezzo alla vigna restava ad aspettare sul sentiero. Facevamo centinaia di metri avanti e indietro per la vigna su e giù con il nostro carico sulle spalle.

Era una fortuna che salivamo scarichi ma anche fare la discesa con quel peso sulle spalle non era uno scherzo!

Abbiam portato in spalla 300 quintali d’uva in due, di corsa perché la gente raccoglieva e l’uva non poteva restare tanto nelle ceste perché  colava e doveva essere portata alla svelta in cantina per recuperare quel poco che si poteva. Quelli che avevano i vigneti in alto a Montemarzino, Monperone, riempivano i carri con quell’uva quasi marcia e venendo giù sulla strada per la cantina sociale lasciavano una scia di mosto sulla strada sterrata.

La terra si era talmente tanto impregnata di succo d’uva che era diventata rossa.

Ma alla fine qualcosa si è salvato.

Ancora una volta hanno ragione i proverbi: “l’è mej marsetta che bruschetta” vale a dire che è ancora meglio l’uva anche un po’ troppo avanti nella maturazione (marsetta) che l’uva acerba (bruschetta).

I tempi però sono cambiati perchè oggi vanno a gara a raccogliere l’una sempre più acerba.

Renato

 

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Renato Boveri nasce a Monleale nel 1922 prosegue il lavoro dell’azienda di famiglia che oggi comprende otto ettari nella zona del tortonese. Nell’azienda Boveri la saggezza contadina si fonde con le innovative tecniche di coltivazione: una difesa fitosanitaria a basso impatto ambientale e una vinificazione sapiente.

 

La vendemmia raccontata da Lino Maga

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imageIl vino è una cosa seria
Mi chiamo Lino Maga, anzi Maga Lino perché nella parlata dialettale dei contadini prima viene il cognome e poi il nome.
Sono nato a Broni in casa di mio nonno paterno, Luigi, il 24 agosto del 1931 e precisamente nella cantina sotterranea dove pigiavano l’uva.
Sono venuto alla luce in mezzo a gente che si dava da fare per trasformare un frutto nella bevanda più buona del mondo tanto che anche nostro Signore l’ha voluta bere durante l’Ultima Cena.
La prima cosa con la quale è venuto a contatto il mio corpo è stata l’acqua del pozzo di mio nonno, ma il primo profumo che hanno respirato i miei polmoni è stato quello del mosto che si sprigiona attraverso i suoi vapori, quando ribolle nei tini.
La prima vera vendemmia invece l’ho fatta a sei anni. Andavo con mio padre a irrorare le vigne. «Acqua!» mi urlava mio padre e io arrivavo con le latte dove Tanzi cav. Primo metteva a conserva la salsa di pomodori. Erano di piccole dimensioni, perché non riuscivo a portarne di più pesanti, e andavo avanti e indietro dal pozzo fino alla cisterna in mezzo alla vigna e ci versavo dentro l’acqua. Quando battevo la fiacca mio padre mi spronava a calci nel sedere. L’acqua dalla cisterna passava nei tubi e irrorava tutta la vigna.
Con la stessa acqua mettevamo a bagno il solfato di rame, che è un composto a base di rame, cui poi si aggiungeva della calce viva.
Questo è il miglior trattamento contro la peronospora, quello che adesso i Francesi chiamano poltiglia bordolese, come se fossero loro gli scopritori, ma che era già utilizzato ai tempi dei Romani. Il solfato di rame ce lo facevamo noi autonomamente mettendo dei trucioli di rame nell’acido solforico e nitrico o pezzi di fili elettrici.
Il nonno aveva due caldere, due pignatte piene di vecchie monete. Erano delle monete abbastanza morbide al tatto e io le prendevo con due pinze e le piegavo e ripiegavo fin quando si snervavano e si dividevano in due metà. Poi prendevo una metà e facevo altrettanto fin a ridurla ulteriormente in pezzi fini che si scioglievano più facilmente nell’acido.
Forse adesso quelle monete avrebbero potuto valere un patrimonio, ma senza il loro apporto le vigne di mio padre non avrebbero dato i frutti tanto apprezzati dai suoi amici che, quando bevevano il “nostro” vino, si leccavano i baffi e dicevano che era buono, pulito e giusto” senza sapere che 50 anni dopo Carlo Petrini, detto Carlin, avrebbe usato le stesse parole per definire un vino genuino.
Mi ricordo anche come fosse adesso l’annata ’73.
A vendemmia pronta, continuava a piovere e gli acini erano provati dalla gran acqua. Ciononostante è stata un’annata che si è svelata nel tempo. Ho dovuto fare più travasi, perché io faccio il vino per decantazione e, alla fine, sono riuscito a ottenere un prodotto buono.
Io faccio il contrario di quello che vuole la massa dei consumatori: non uso filtri perché tolgono al vino anima e corpo, né refrigerazioni, che lo snaturano, né stabilizzazioni o chiarificazioni.
L’intorbidamento del vino è un processo del tutto naturale ed è la prova più valida della sua genuinità. Affinché non si intorbidi, prima dell’imbottigliamento bisognerebbe refrigerarlo nelle vasche di acciaio per far cristallizzare e poi depositare i tartrati di calcio, poi filtrare e infine imbottigliare. Questo processo però distrugge il vino, io invece lo rispetto.
La natura del vino, che è qualcosa di vivo anzi vivente, è di mutare di anno in anno e di non essere mai uguale. Il vino, come lo intendo io, è una creatura dinamica, biologicamente attiva, con le funzioni proprie degli organismi viventi. È un qualcosa in continuo divenire, che si trasforma instancabilmente, che sente il tempo e le stagioni e persino il posto dove lo metti.
I vini pastorizzati o refrigerati o stabilizzati invece sono creature agonizzanti quando non addirittura morte.
Il ’78 sarebbe stata una grande annata se non fosse arrivata la grandine il 6 agosto. Erano i giorni in cui in Vaticano c’era il conclave per eleggere il nuovo pontefice che poi fu Papa Luciani. La grandinata fu devastante e compromise seriamente la raccolta. Io ero a Spotorno alla Festa dell’Amicizia. Ero andato lì, invitato da Ferrer Manuelli, chef romagnolo ma savonese d’adozione, detto “oste di prua” per le sue creazioni di pesce. Era un cuoco eccezionale e le sue doti culinarie erano talmente apprezzate che lo chiamavano a cucinare un po’ dappertutto.
Era anche un uomo libero e il fatto che partecipasse a una Festa dell’Amicizia era solo perché lo pagavano bene. Io lo guardavo mentre stava cucinando delle triglie e delle seppie nel loro nero.
Sopra di noi passavano delle nubi ancor più nere del suo brodo e, molto preoccupato, a un certo punto mi disse: «Speriamo che questo tempo non si guasti. Gli organizzatori son nelle spese e mi spiacerebbe che si rovinasse la festa». E io gli risposi: «Non vedi che vanno verso Broni quelle nuvole?».
Rimasi ancora un po’ alla festa ma continuavo a pensare a quelle nuvole minacciose e allora telefonai a mia madre che mi disse: «Qui ha grandinato e ha pulito tutto!».
Era verso mezzanotte, saltai in macchina e corsi di filato a casa. Arrivai in vigna verso mattina e trovai mio padre che stava irrorando le viti col rame. Non c’era più un grappolo appeso. Tutte le uve erano per terra e camminando non potevi fare a meno di pestarle.
Con in spalla la pompa nebulizzante mio padre spruzzava il verderame sulle ferite che la grandine aveva fatto sulle viti come fosse un disinfettante , per curarle e salvarle.
L’84 l’ho imbottigliato controvoglia segnalando i suoi limiti con una scritta in rosso sull’etichetta. Non avrei voluto imbottigliarlo perché era alquanto scarso, ma sarebbe stato peggio averlo venduto sfuso perché avrei dovuto mettere i miei timbri sulle bolle di consegna e così l’avrebbero etichettato ugualmente come Barbacarlo magari tagliandolo con altri vini. Una sera mi telefonò Gianni Brera, che era a Milano da Alfredo Gran San Bernardo, e mi disse: «Sto bevendo una tua bottiglia di Barbacarlo dell’84 che non mi soddisfa molto». Cosa potevo dire a uno come Giuàn che non sbagliava mai un giudizio sul vino?
A lui il mio vino piaceva e me lo confermava dicendomi: «Quando un vino pulisce la bocca del fumatore è buono». Quando andava in televisione si faceva vedere con la pipa ma lui, come me, fumava le Super col filtro. Tutte le volte che veniva a trovarmi mi portava le stecche.
Dunque gli dissi: «Sai leggere? Allora guarda bene cosa c’è scritto in rosso sull’etichetta». E riattaccai pensando che avevo appena detto a uno come Brera se sapeva leggere! Dopo mezz’ora mi ritelefonò e mi disse: «Tu ti salvi sempre!». Sull’etichetta c’era scritto: «Attese le condizioni climatiche sfavorevoli, l’84 è un’annata non adatta all’invecchiamento».

Il ’92 è stata un’annata pessima. Non ho imbottigliato. Avevo il certificato DOC ma non ho imbottigliato. Mi chiamò Veronelli chiedendomi perché non avessi imbottigliato. Gli dissi che noi riceviamo tutto dalla terra, che la terra ci dà tanto e qualche volta prende. Quell’anno aveva preso tanto e dato poco. Ma lui non era convinto e mi rispose che avevo bisogno di un enologo. Si presentò dopo alcuni giorni in cantina con la sua compagna Cristian e Carlo Corino, l’enologo dei Marchesi de’ Frescobaldi. Dopo le presentazioni Corino mi disse: «Sono venuto da lei per imparare» ma sapevo benissimo che invece ero io che dovevo imparare da lui e quindi gli chiesi cosa potevo fare per migliorare il mio Barbacarlo.

«Dovrebbe cercare di uniformarne il gusto rendendolo uguale ogni anno» mi rispose.
«E lei come farebbe?».
«Con il CER».
«Cos’è sto cer?».
«È il mosto concentrato rettificato. Si ottiene dal mosto d’uva mediante depurazione su resine scambiatrici per privarlo di acidi, sali minerali, sostanze polifenoliche e azotate. Utilizzando questo prodotto si può ottenere un arricchimento dei mosti e dei vini nuovi ancora in fermentazione».
«No! Seguo la natura».
Ho sempre pensato che Il vino può essere paragonato a un essere vivente in continua trasformazione. È qualcosa di misterioso e proprio per sua natura instabile.
Ma il grande enologo non era soddisfatto e mi incalzò: «Ma lei non ha mai pensato alla barrique?». Gli risposi prendendola un po’ alla larga: «Vede dottore, mio nonno aveva otto figli e quando sostituiva una botte con quella nuova diceva ai suoi figli che in quella botte per i due anni a venire ci avrebbero messo dentro solo vino scarso. Il vino nella botte nuova sapeva di legno e questo era considerato un difetto. Che adesso se ne faccia un vanto…».
Gino, con gli occhi che ridevano, mi mise una mano sulla spalla e mi disse: «Tu vai avanti come sei sempre andato».
Il 2003 è stata un’annata eccezionale e mi diede il vino migliore tra quelli che avevo fatto fino ad allora. Però me lo son visto bocciare dal Consorzio, come quello del ’98, perché superava i 12 grammi/litro di zucchero… la solita menata! La commissione di degustazione della Denominazione d’Origine Oltrepo Pavese si limitò a registrare che il residuo zuccherino era troppo alto senza tener conto di tutto il resto e così mi negò la DOC. Il Barbacarlo del 2003 era figlio di un’annata torrida e come sempre era nato nel pieno rispetto della naturalità di tutti processi produttivi, dalla vigna alla cantina. Doveva restare come la natura me l’aveva dato senza manipolamenti o aggiustamenti. E così è restato!
Allora telefonai a Gino e gli dissi: «Mi han bocciato il vino». E lui: «Ma va? Mandamene una bottiglia con la documentazione». Gli mandai un paio di bottiglie e il certificato di non idoneità, così come mi aveva chiesto e lui, dopo averlo assaggiato, decise di assegnare al Barbacarlo 2003 il “Sole”, il massimo riconoscimento della sua Guida Oro ai Vini d’Italia, del 2004. È stato l’ultimo “Sole” di Veronelli. Poi, per confermarmi il suo giudizio più che positivo, mi scrisse che mi avrebbe ritirato lui l’intera partita di vino e aggiunse: «Ti voglio a Roma a presentare il tuo Sole».
Ci andammo io e Giuseppe. Arrivammo al Parco dei Principi, in via Frescobaldi, ma Gino non c’era.
Sapevo che era malato e chiesi subito notizie della sua salute a Gian Arturo Rota, suo collaboratore e suo genero. Mi confidò che le sue condizioni si erano aggravate al punto da impedirgli di essere presente alla cerimonia .Dopo il discorso di benvenuto di Carla Milos, direttore del Grand Hotel Parco dei Principi, ebbe inizio la serata. Sul palco, oltre a Rota, c’erano Nichi Stefi, Daniel Thomases, Rocco Lettieri, Franco Ricci, Presidente AIS Lazio, e Gigi Brozzoni. Uno dei presenti chiese a Brozzoni di commentare la frase di Veronelli secondo cui «Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale».
Brozzoni non rispose alla domanda, ma disse solo: «Un vino contadino ce l’abbiamo qui. È quello di Lino Maga», facendo capire esplicitamente che non era d’accordo sull’attribuzione del Sole al mio Barbacarlo.
Siccome non mi era piaciuto né il modo in cui era stata posta la domanda, né la palese discordanza di Brozzoni, mi alzai in piedi e chiesi a chi aveva fatto la domanda di dare lui la risposta. Brozzoni intervenne immediatamente avvertendo che ero un contestatore, proprio come “l’amico Veronelli”. Disse proprio così, lasciando intendere che il Sole me l’aveva dato per amicizia.
Ma come? Veronelli stava morendo e uno dei suoi più stretti collaboratori si permetteva di contestarne l’operato pubblicamente? Non tenni più e vuotai il libro.
C’erano circa 500 persone presenti quella sera e tanti applausi così non li avevo mai sentiti.
Erano tutti dalla mia parte. Alla fine del mio intervento dissi a Giuseppe: «Portami a casa!».
Venni via senza ritirare il premio.
Dal 2003 in poi il Barbacarlo non porta più in etichetta la DOC Oltrepo Pavese, ma l’Indicazione Geografica Tipica Provincia di Pavia. Qualcuno ha detto che mi sono auto declassato, ma non è vero: il Barbacarlo è il Barbacarlo e basta, non ha bisogno di tanti fronzoli. I certificati non fanno qualità e l’eccellenza di un vino la dà la terra e non le carte.
Un anno, nel periodo di guerra, ci fu una vendemmia eccezionale. Andavamo avanti e indietro nella vigna coi bàsal stracarichi riempiendo la navassa fino a farci stare 18 quintali d’uva.
Scendendo col carretto trainato dal mulo, a metà strada fummo fermati da alcuni sicari armati di mitra, della banda Sicherai. Era una delle più famigerate bande di repressione della Repubblica di Salò e fu in seguito tristemente nota con la definizione generica di Banda Fiorentini.

Questa banda, nel ’44, col pretesto di una rappresaglia per vendicare la morte di uno dei loro, fece fucilare, nei pressi di Zavattarello, quattro giovani del paese.

Fiorentini fu passato per le armi, in località Piane di Pietragavina, il 3 maggio 1945 dopo la condanna a morte emessa dal Tribunale del Popolo di Voghera, confortato nelle sue ultime ore di vita da don Pierino Cristiani, sacerdote varzese.
«Staccate quel mulo», ci ordinò il capobanda.
«Ma come faccio», si difese mio padre.
«Staccate quel mulo», ripetè più perentoriamente.
Ci portarono via il mulo. Rimase il carro in mezzo alla strada carico d’uva e dovemmo farci prestare una pariglia di buoi per portarlo in cantina.
L’indomani mio padre andò da Muscelli, che era un gerarca fascista con autorità riconosciuta sul territorio, e gli disse : «M’àn purtà via ‘l mùl».
Muscelli scrisse una lettera e gliela consegnò.
Mio padre si mise la lettera in tasca e andò da quei sicari per riprendersi il mulo. Quelli non vollero nemmeno leggere la lettera e mio padre si intestardì pretendendo la restituzione del mulo, ma quelli lo convinsero a demordere sventagliandogli intorno ai piedi alcune raffiche di mitraglia.
Ritornò a casa e ci disse: «Sòn vìv par miracùl!».

Lino

 

Un sentito ringraziamento a Valerio Bergamini che da anni, facendo un lavoro prezioso, racconta il vino del suo territorio e che ha per noi raccolto questa importante testimonianza.

 

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Lino Maga nasce a Broni, provincia di Pavia, nel 1931 noto come il “Siur Barbacarlo” è un vignaiolo della zona dell’Oltrepò Pavese. Il suo Barbacarlo, che nel 2003 fu premiato da Gino Veronelli con il Sole, è a base di Croatina, Ughetta, Uva rara.

La vendemmia raccontata Piero Mastroberardino

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imageIrpinia, Terra di Vendemmia.

Una volta che l’hai respirata, non te la scordi più l’aria frizzante della sera, che si fa gelida e tagliente anche quando durante il giorno il sole scalda ancora convinto. S’immischia nei sentori dell’uva e del mosto, e le scarpe si appesantiscono per il tenace lavorio della terra e del fango, perché quelli te li trovi tra i piedi pure quando tutto pare asciutto… 

In questa tavolozza di profumi la memoria s’invischia e si avviluppa, e non fai sforzi per tirarla fuori. 

E allora l’aspetti, quando cominci a sentire che i tempi sono maturi, e c’è fermento intorno, nelle persone e nelle cose, cominci a protendere agitato le narici come fa un segugio, e attendi che i primi indizi penetranti catturino i sensi. 

La mia terra, antica, e la mia casa, antica pure lei, quando arriva il mese di ottobre, sono possedute da spiriti sapienti, e non c’è modo di arginare quella frenesia che ti assedia e fa breccia da tutte le parti, da sotto le porte, su per la tromba delle scale, in cucina, financo nel letto. 

Così è, perché non v’è separazione tra casa e cantina, non c’è modo di tenerle distinte, si fondono in un solo, riservato abbraccio. 

Siamo gli ultimi, in Irpinia, a vendemmiare lungo lo stivale. Quando gli amici viticoltori di altre zone già raccontano del primo vino, noi ancora stiamo col naso all’insù a fare scongiuri perché l’uva giunga sana in cantina. 

S’inizia coi bianchi ai primi di ottobre e si tira avanti fino a novembre inoltrato, coi rossi da invecchiamento. E vedi le stagioni ripassarti davanti in rassegna un’altra volta o due, mentre raccogli.

Dall’alba e fino a una certa ora del giorno, se vuoi vedere animazione è meglio andare a fare un giro in vigna. 

È vero che la cantina lavora ventiquattro ore, perché il mosto non riposa e quindi neppure chi lo deve accudire può concedersi certi lussi, ma alle prime ore dell’alba si trascina stancamente… quasi a conservare le forze per le ore più spasmodiche, che giungono più avanti. 

In vigna invece, in quello stesso momento, vedi le sculture animate delle piante, al culmine dell’orgasmo, muoversi lievi e sornione, sbizzarrirsi nei colori in un disegno rigoglioso e intenso. 

Il freddo umido della notte, il terreno pesante, le cassettine disposte ordinatamente lungo i filari designati per la raccolta e la luce che si atteggia come un fendente basso a toccare con un primo flebile tepore che non scalda. 

Ogni momento è magico in quei giorni. 

Quando ero ragazzo all’avvicinarsi della raccolta si scatenava il putiferio: tutti, in ogni ordine e grado, ricevevano la cartolina di chiamata alle armi, per quel lavoro straordinario che – si sentiva ripetere – viene una volta l’anno e se non lo fai com’è per dovere ti giochi un anno intero di lavoro e pure il resto! E anche gli uffici si trasformavano, per accogliere gli uomini e le donne in bivacco ininterrotto per quaranta giorni.

Io stesso, insieme agli altri piccoli di casa, godevo di una simbolica dispensa di una settimana da scuola e andavo in vigna a tagliare… a risalire i pendii scoscesi sui rimorchi dei trattori carichi, col sorriso stampato in viso. Ad imparare a conoscere le persone. 

C’è voluto un po’ per far digerire ai più maturi che è pur vero che questa ricorrenza viene una volta l’anno, ma è altrettanto vero che viene tutti gli anni, quindi non è poi così straordinario, è solo stagionale. Folle sì, ma ripetitivo. 

Oggi tutti sanno che quando arriva la vendemmia c’è tanto lavoro da fare, ma non si vive nella sensazione di estrema emergenza di un tempo… o forse sono io che mi illudo… magari solo un po’! 

Eppure tutti si sentono coinvolti, accettano il principio di alterare le proprie routine, come se ciascuno sentisse le proprie sorti personali legate a quelle degli altri e a quei momenti, alle prime sensazioni di resa qualitativa, l’integrità delle uve, gli odori che si spargono intorno, e poi i primi mosti… 

Ti vien voglia, nel cuore della notte, con la nebbia fitta e viscida che fa fatica a scivolarti addosso, di girare in mezzo alle uve e ai mosti e incrociare le persone, i loro sguardi affaticati che cercano confronto e conforto. 

La gente di qui è avvezza al lavoro, ama la sua terra e non si tira indietro quando la terra chiama.

È una terra fredda, l’Irpinia, di montagna, per tradizione di poche parole, con la sua intima durezza. 

E ripete i suoi riti con cadenza ossessionante. 

Un tempo durante la raccolta ti coglieva di sorpresa anche con la prima neve, agli inizi di novembre. Oggi ti lascia completare e, se ti va bene, viene alla fine, in segno di commiato, con un sottile tocco candido a ripulire l’aria dagli odori di vendemmia, per consentirti di rigenerare i sensi e accogliere i profumi del primo vino. 

Bisogna immergersi nelle terre del vino. E lasciarsi trasportare. Sono emozioni che i sensi non dimenticano. 

Piero

 

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Piero Mastroberardino nasce ad Avellino nel 1966 completati nel 1990 gli studi universitari in campo economico, si dedica alla carriera di ricerca. È professore ordinario in discipline manageriali. Ha pubblicato numerosi lavori scientifici su riviste e collane editoriali nazionali ed internazionali.

Parallelamente cura le attività della propria famiglia, impegnata da generazioni nella viticoltura e nella produzione di vini pregiati in terra d’Irpinia, sulle colline della Campania, esaltando i vitigni autoctoni del territorio.

 

La vendemmia raccontata da Walter Massa

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A mio sapere, solo la raccolta di due prodotti dell’agricoltura viene significata con appositi termini, quella relativa al frumento e all’uva.

La nobiltà si esprime anche con le parole.

Delle nobili olive, nell’Italia tutta si effettua la raccolta, cosi come della cipolla di Tropea, delle pesche di Volpedo, del pistacchio di Bronte, del radicchio di Treviso invece il frumento si miete, l’uva si vendemmia.

La stagione della mietitura e della vendemmia hanno guidato il crescere dell’umanità, hanno condizionato anche piccole cose come il formarsi dei calendari, dei proverbi, senza dimenticare le divinità, bacco e cerere.

Ecco che vendemmia e mietitura diventano opere magiche, opere, direi, quasi umane. Può sembrar superfluo evidenziare che il pane ed il vino con funzioni diverse hanno accompagnato il percorso dell’uomo  fino ai giorni nostri, ed a mio avviso continueranno nell’opera di affiancamento all’umanità al punto che il pane avrà un ruolo sempre più fondamentale nella definizione di territori e culture.

Il tipo di grano, di lievitazione, di cottura, di forma del pane, segnerà i confini di aree antropizzate,  la stesso ruolo  lo avrà la vite con il tipo di uve coltivate e di sistema di allevamento della vigna. 

Per me tutte le vendemmie sono grandi, la qualità del vino sicuramente sarà influenzata dal clima sia dell’annata che dell’area di coltivazione delle vigne. Ma, per favore, almeno a casa dei vignaioli veri non si parli più di annata sfavorevole o di annate piccole.  

Se un vignaiolo (catastrofi a parte) si lamenta della vendemmia, è meglio cambi mestiere, proprio ad essere buoni, cambi almeno il territorio ove insistono le vigne; mi ricordano i piloti che quando non ottengono risultati soddisfacenti accusano il mezzo meccanico invece di pesare il talento interiore.

Oggi, nel 2016, ritengo assurdo che si insista a dar punteggi alle annate.

Certo, se arriva la calamità, i giochi sono fatti, l’uomo anche se agricoltore di grandi capacità nulla può contro grandine, che distrugge qualitativamente e quantitativamente il prodotto, con piogge soverchie che rendono impossibili operazioni di raccolta nei tempi ottimali o almeno fisiologici. A mio avviso, con una razionale opera agricola, tutte le turbative di clima, non riescono a compromettere l’essenza nella e della qualità di un vino.

E’ naturalmente impossibile che un’azienda che insiste in uno stesso luogo e coltiva ad esempio tre uve, nella stessa vendemmia produca tre vini da 10/10, con lode, bacio accademico e diritto di pubblicazione.

Si, l’uomo, il cantiniere o enologo o consulente che dir si voglia, per bravo che sia, delle tre avrà un’uva in base all’annata cui la natura ha dato di più ….ed i giochi sono fatti. Dallo stesso produttore avremo sempre un vino che di anno in anno avrà un qualche cosa di inarrivabile, e che sarà ricordato almeno dal vignaiolo. 

Per un viticoltore invece esistono assiomi  diversi. Cambia il modo di pensare, di programmare, di fare economia, e concedetemi di trattare la vigna.

Il vignaiolo deve cercare un equilibrio astratto (giusto carico di uva per ceppo, grande maturazione, sanità non obbligata con molecole moderne e trattamenti recidivi, ma ottenuta con il rispetto….).

Un viticoltore a sua volta punta sull’equilibrio fisico (tanta uva e sana, perfetta da fotografia, però il più delle volte imbalsamata).

In buona sostanza ad esempio la differenza viticoltore e vignaiolo  può essere paragonata a quella  esiste tra soccer e football  ove  denominatore comune da una parte è l’uva, dall’altra la palla.

A mio avviso la vendemmia inizia dalla potatura, ed arriva alla carta vini di un ristorante o allo scaffale di un’enoteca. E’ un percorso che  si può chiudere in 15 mesi,(per grandi vini semplici) ma che può durare anche 5.000 giorni (quando si tratta di grandi vini classici) che deve sempre trasmettere gioia, in vigna in cantina, sul mercato, alle varie fiere, alle feste, alle premiazioni, alle recensioni sui mezzi di comunicazione.

Mi viene regolarmente l’orticaria quando in annate  stracariche di sole, in Italia quasi tutti gli assessorati regionali all’agricoltura riconoscono l’annata sfavorevole, ma lo si dica a chiare lettere che certe strutture sociali o industriali vanno aiutate, meglio, le aiutino ma non facciano perdere tempo prendendo in giro vignaioli di buona volontà…, anche perché può succedere che un altro tipo di canto, reciti la stessa musica in maniera diversa, ossia che esalti l’annata in corso come l’annata del secolo. Negli ultimi 20 anni, a livello mediatico non si sente che parlare di grande annata, solitamente dovuta all’escursione termica giorno notte, che darà vini con profumi immaginifici. Prevedo a breve vendemmie e tecniche naturali che ci daranno vini che ai controlli stradali anche a berne una damigiana non ci faranno superare la soglia degli 0,50.

La vendemmia ai giorni nostri risulta essere solo più in teoria una festa, la vendemmia tornerà, anzi comincerà ad essere vera festa quando le vigne potranno essere vissute in libertà per quello che valgono (uva, impianto, biologia, paesaggio, geologia) da appassionati, volontari legati a circoli culturali, scolaresche di ogni ordine e grado, figli, nipoti, amici dei vignaioli senza gli stress dei controlli sul lavoro nero.

A noi basta il rispetto, ed il rispetto ha i suoi naturali confini.

Ovviamente, il tutto deve essere in sicurezza ed in igiene, ma la vendemmia deve essere vissuta, deve aiutare gli studenti  collaborando con gli insegnanti a ragionare  e far ragionare perché  il vino oltre ad essere una cosa seria, da sempre è figlio di scienze umanistiche. 

Il vino, la vigna, l’uva, la vendemmia ci devono aiutare a tenere insieme l’umanità con il suo “bello”, ed il suo “difficile”  diversamente la fine del mondo sarà troppo vicina.

Walter, Monteleale

 

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Walter Massa nasce nel 1955 a Monleale, in provincia di Alessandra, da una famiglia agricola da oltre quattro generazioni. Frequenta la scuola di enologia ad Alba ed inizia a lavorare nell’azienda familiare, portando oggi avanti una realtà di 23 ettari di vigna in Piemonte. Negli anni novanta con il suo impegno, con un gruppo di giovani viticoltori, ha contribuito in maniera sostanziale e qualitativa alla riscoperta e valorizzazione del Timorasso, vitigno autoctono a bacca bianca, e negli ultimi anni porta avanti, insieme ad altri, una sfida sul Barbera tesa a dare nuova forza ad un vitigno che ha un grande passato, presente e futuro.

La vendemmia raccontata da Salvo Foti

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Ottobre sull’Etna è un mese speciale. 

Il mese del mistero, del miracolo che ogni anno, da millenni, si ripete: a’ vinnigna, la vendemmia.

Sull’Etna la vendemmia arriva tardi, spesso quando già nel resto della Sicilia è finita.

Quando ero piccolo, già con l’arrivo dell’autunno, mi sembrava di sentire nell’aria l’odore acre e pungente che da lì a qualche giorno si sarebbe sprigionato ovunque, intenso, durante le fermentazione dei mosti, dai Palmenti.

Un profumo che come un vento di maestrale riempiva le strade, inebriava, eccitava tutti noi. 

In quei giorni le strade che portavano ai fondi vitati si riempivano, all’alba e alla sera, di gente chiassosa: i vendemmiatori, che a gruppi raggiungevano la vigna. Noi bambini guardavamo le “chiurme”, sfilare per la strada. Incuriositi da tutte quelle persone a noi sconosciute, festose, gioiose. In vendemmia la giornata iniziava presto anche per noi “carusi”, che volevamo aiutare, partecipare a quella festa.  Riempivamo di uva le nostre piccole ceste finchè, in poco tempo, non eravamo stanchi. Era forte la curiosità di andare in giro, non voler mai stare fermo: ora nella vigna a mangiare un grappolo d’uva e poi di corsa nel Palmento. 

4articolofoti5articolofotiIl Palmento mi affascinava. Rimanevo tanto tempo, forse ore, a guardare mio nonno e i suoi aiutanti salire per le scale e, attraverso la finestra che dava all’esterno, scaricare l’uva nella “pista”: larga e bassa vasca in pietra lavica, dove si trovavano i “pistaturi” che a piedi nudi o dopo aver calzato pesanti scarponi, pestavano quei grandi grappoli neri e turgidi.

6articolofotiRicordo il suono dei loro piccoli passi ritmatici, le mani dietro la schiena, mi sembravano dei danzatori.  Sono ancora presenti nella memoria le loro canzoni che li aiutavano a tenere il ritmo. Di tanto in tanto, il gruppo si fermava nel momento in cui mio nonno urlava: e pali!

Grido che ogni volta mi trovava impreparato facendomi sobbalzare dallo spavento.  Immediatamente ognuno prendeva la pala e spingeva l’uva pressata nella parte centrale della “pista”, riformando un nuovo mucchio di grappoli. A quel punto succedeva la cosa che più mi divertiva: la pressatura con lo “sceccu”, l’asino.

7articolofotiPer pressare ulteriormente l’uva, su di essa si metteva una specie di ruota  costruita con rami di salice intrecciati, appunto lo “sceccu”, su cui salivano sopra i “pistaturi” contemporaneamente. Essi con le braccia poste ognuno sulle spalle dell’altro, iniziavano a salire sullo “sceccu” ponendo un solo piede sullo stesso, mentre l’altro rimaneva ben fermo a terra. Ad un certo punto tutti insieme saltavano contemporaneamente sopra e flettendo ed estendendo le ginocchia, pressavano ulteriormente ciò che restava dei grappoli. Il mosto rosso scolava a flotti, prima più abbondanti poi sempre più radi. 

Poi arrivava la pressatura delle vinacce con il torchio detto “conzu”. Macchina  difficile il “conzu”, dove notavo, più che in altri momenti, l’apprensione di mio nonno. Guardavo la grossa trave in legno di quercia muoversi in uno stato di spavento e curiosità, rimanendo impietrito davanti a quell’arnese infernale, fino a quando non sentivo mio nonno urlare contro di me: preoccupato mi potessi far male mi mandava via. Spaventato e mortificato correvo fuori. 

8articolofotiNon trascorreva molto tempo e ritornavo nel Palmento, cercando, nella confusione generale, il volto di mio nonno: il suo sorriso e il sudore grondante sulla fronte mi facevano capire che voleva gli portassi “u bummulu”, la brocca con l’acqua. 

Giorni frenetici, intensi.

La vendemmia era un intreccio di colori, gente, canti, suoni, oggi ormai persi.

E nel caos dei palmenti, come per magia ogni anno si ripeteva il mistero: il frutto della vite, l’uva, da dolce, succosa, appena pigiata, iniziava a ribollire ed emanare profumo intenso e calore, sino a trasformarsi in qualcosa di completamente diverso. Per me bambino il mistero era ancora più inconcepibile, perchè se era concesso di mangiare l’uva, poi diventava assolutamente proibito bere il risultato di quella trasformazione misteriosa: il vino. La curiosità e il piacere mi rendevano impavido e nella confusione generale di quei giorni bevevo ripetutamente un poco di quel liquido, ribollente, tiepido e frizzante che cambiava velocemente il suo modo di essere. Il sapore all’inizio dolce e fresco, poi diventava acido, aspro, sapido. Il mal di pancia che regolarmente mi procuravo e che cercavo di tenere nascosto ai miei nonni, non fu mai un deterrente sufficiente a far smettere i miei continui assaggi, a rinunciare a quel sottile piacere. 

9articolofotiOttobre, ogni anno, portava con se anche uno strano pathos fatto di ansia, trepidazione, eccitazione. Era il preludio alla vendemmia che ci metteva tutti in uno stato di preoccupazione mista a gioia. Si era consapevoli che bastava poco perché un anno di lavoro andasse a male. Le nubi grigie, cariche di umidità, passavano sopra i nostri nasi rivolti all’insù: nell’aria si avvertiva intenso il profumo della pioggia.

Gli sguardi sembravano indifferenti, ma vi era la preoccupazione di vedere fermare le nubi attirate dalla Muntagna (l’Etna). La pioggia così desiderata in altri periodi ora faceva paura. Si faceva finta di niente…a Muntagna dici ca nu gniovi…na  paura… (la montagna dice che non piove …non aver paura) diceva il mio bisnonno. 

La sera, tutti attorno ‘a conca (il focolare), si ascoltava u Nannu. Le sue storie, volutamente paurose per noi bambini, ci affascinavano.  In una di quelle sere, intorno al focolare, aspettando la vendemmia, con una espressione di chi sta confidando un segreto, una grande verità, u Nannu sentenziò: Carusi, riurdativillo sempri  u vinu si fa ca racina, sulu ca racina! Rimasi stupito da questa banalità. Ovvio no, il vino si fa con l’uva!   

Sono passate tante vendemmie da allora e questa banale verità mi ritorna spesso in mente. Nell’era delle tecniche più sofisticate, della conoscenza globale, delle biotecnologie capaci, sembra, di tutto, mi tornano in mente le parole mio bisnonno:… riurdativillo sempri  u vinu si fa ca racina! 

Si, il vino si deve fare con l’uva, con amore, onestà, rispetto dell’ambiente e dell’uomo: questi sono i migliori ingredienti di un vino, quello vero, da sempre impresso nella mia memoria. 

Sono queste le vendemmie che ho avuto, e queste le vendemmie che vorrei per i miei figli.

Salvo 

 

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Salvo Foti Etneo, nasce a Catania nel 1962, all’età di diciannove anni inizia la sua carriera di Enologo nel settore vitivinicolo collaborando con note aziende siciliane ma soprattutto con aziende etnee dove ha partecipato alla nascita di realtà vitivinicole oggi leader in questa zona. Nel 1988 ha collaborato al Progetto Etna, una ricerca tecnico-scientifica sulle potenzialità vitivinicole dell’Etna. Tra le sue pubblicazioni: Etna. I vini del Vulcano (Maimone Editore, Catania, 2001- 2012), La Sicilia del Vino (Maimone Editore, Catania, 2003), La Montagna di fuoco (Food Editore, Parma 2008). Nel 2000 fonda sull’Etna un’associazione di viticoltori professionisti: I Vigneri.

La vendemmia raccontata da Mauro De Angelis

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Oggi abbiamo voluto postare il racconto di un altro protagonista del mondo del vino, l’agronomo. Un grazie a Mauro per aver voluto raccontarci la sua vendemmia

Della mia prima vendemmia non ho memoria, se non mio nonno che mi portava in cantina ad assaggiare di nascosto ed il vociare di donne sfacciate ed esuberanti, che per essere allegri bastava pane ed uva pizzutello, io vengo da una vigna così, ho ricordi di morra e tresette che pratico ancora con discreta abilità.

Allora erano vini duri come i vignaioli che li producevano, oggi diremmo vini sbagliati, anche se in alcuni biodinamici risento profumi antichi, ma in realtà ad una generazione come la mia che si illudeva di cambiare il mondo, una delle cose riuscite davvero è stata stupire l’enologia, siamo stati di una bravura unica, chi lo è stato, a fare del Vino Italiano ciò che è e sarà.

Oggi sono un veterano posso dirlo, perchè la vendemmia leva la pelle, è l’arrivo in salita, con il traguardo da spostare ogni anno al tornante seguente, in effetti poi la cantina piena va raccontata e svuotata ma questa è un altra faccenda, in vendemmia non ci pensi hai altre cose in testa, sei combattuto tra i tuoi sensi, un laboratorio e guardi il cielo.

Ho avuto modo in questi anni di cambiare i luoghi e le uve imparando sempre qualcosa, ma per scelta sono dalla parte del vigneto, chiedevo, chiedo e chiederò sempre, il rispetto dei frutti, unico modo per esprimere, secondo me, nei vini un carattere, delle differenze, delle esclusività, in tempi di barbara globalizzazione che poco mi interessa, le imprese difficili mi hanno sempre attratto, senza scorciatoie.

La Vendemmia è per me metafora della trasformazione, cercando di perdere il meno possibile di quanto racchiuso nell’uva e guadagnare il massimo nel vino, un’antitesi tutta giocata su scelte che sanno di vita vera, di sofferenza e di gioia, di scarnificazione per esaltare freschezze e profumi, oppure di macerazioni estenuanti che sembra sentire il sapore del sangue con nessun rito ripetibile, casomai adattabile alle necessità.

Entrare in una cantina mentre si vinifica vuol dire rovesciare le sensibilità, masticare i profumi, respirare la materia, non è un atto poetico, ma un passaggio nel quale si può solo prevedere, anticipare, poi solo il tempo dirà come era davvero e come faremo la prossima volta.

Il termine passione non mi appartiene, la tecnica, le professionalità, imprenditori capaci, Territori coesi, questo ed altro, sono il presente ed il futuro del Vino Italiano, la passione la voglio trovare dentro una bottiglia, comunicata, commercializzata bene, allora si che cerco questo fuoco sacro che mi appartiene. Eppure quanto lavoro, alle mie vendemmie ho dedicato e dedico, ho alle spalle annate di amore, con le delusioni e gli eccessi che l’amore esige, gli errori e le galanterie, un pò di sbruffonagine ed il non temere le sfide, mi sarei fatto ammazzare per certi vini, avrei difeso l’indifendibile, oggi sarei pronto a rifarlo, è parte di me.

Ma far assaggiare un vino appena nato, quando è stato possibile l’ho sempre sempre fatto, è un atto scellerato eppure così intimo, ho visto brillare occhi per questo e ciò mi gratifica molto, non curandomi della preparazione del fruitore, anzi proprio ciò mi intriga, che fosse un monovitigno in abito da sera o un blend molto casual, il vino in questo è assolutamente democratico, mi piace il confronto, la vendemmia mi offre in questo spunti interessanti, poco pragmatici ma molto veri.

Proprio oggi ho aperto una bottiglia, l’annata scritta entrambi in etichetta io e lei, non fù quella una vendemmia memorabile ma quel vigneto aveva allora sei anni ed io lo stavo crescendo, mi sono scioccamente commosso, poi con un ghigno feroce sono andato in vigna a spizzicare, la bottiglia se ne è accorta e mi è sembrato che mi dicesse forza, quest’anno vinci il campionato. La vendemmia sono questi pensieri in libertà, le nostre migliori raccolte debbono arrivare, a proposito le mie sono appena trentatre.

Mauro
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Mauro de Angelis nasce il 14 gennaio 1959 a Marino, Castelli Romani, dopo aver studiato agraria, lavora per un decennio in Piemonte, Monferrato, dove segue vigneti e cantine, dal 1994 ad oggi opera nel Lazio, ritrovando in particolare a Frascati le proprie radici, svolge una attività di presidente del Consorzio Tutela per 9 anni promuovendo due nuove docg, oggi segue un nuovo progetto, come sempre.

 

La vendemmia raccontata da Sergio Germano

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La mia prima vendemmia, mi raccontano, l’ho fatta a 10 mesi circa, messo in una cesta in un filare che, grazie ai miei movimenti si è capovolta….
Nonostante questo ho sempre amato andare in vigna con i miei genitori e la vendemmia l’ho sempre vissuta, come tutta la mia famiglia, come il momento più eccitante: il raccolto, il traguardo dopo tanto lavoro ed attesa, piena di fatica, speranza, paura e soddisfazione.


Da quando ho iniziato a lavorare in azienda a tempo pieno, circa trenta anni fa, fino ad oggi, l’atmosfera non è cambiata.
Tutto l’anno si passa a preparare, progettare, cercare di dare il meglio, sperando, come diceva mio padre, che il collaboratore più importante, cioè il tempo atmosferico, agisca nel modo più corretto o almeno non interferisca in modo negativo.
Quindi inizia la sfida con sé stessi per cercare di ottimizzare ed esaltare il più possibile il risultato di tutti gli sforzi fatti.


La scelta del momento della raccolta è sicuramente la cosa più eccitante e frustrante allo stesso tempo, quando hai un solo fiammifero da accendere….speri sia quello buono. Quindi iniziano le scorribande tra le vigne per guardare, assaggiare, campionare gli acini e prendere la fatidica decisione: sono più quelli che mangio di quelli che porto a casa per analizzare, perché penso che comunque l’analisi fondamentale sia il gusto di partenza, oltre al livello zuccherino o acido.
A questo punto i dubbi si rincorrono: iniziare, aspettare…
Alla fine il pensiero viene aiutato dal fatto che la natura, così determinata ma anche generosa ci dà sempre una mano e si incomincia, con la felicità e la leggera ansia di quando ti deve nascere un figlio, che desideri e sei curioso di vedere per capire quale carattere avrà: una sensazione sempre nuova ed entusiasmante.

Sergio

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Sergio Germano nasce il 26 febbraio 1965 nel territorio delle Langhe, nel 1985 finita la scuola di enologia inizia a collaborare con l’azienda di famiglia guidata dal padre Ettore. In questi anni la “Ettore Germano” consolida la sua produzione di vitigni tradizionali come il nebbiolo e inizia a sperimentare nuove coltivazioni soprattutto nella zona dell’alta Langa, come Riesling, Chardonnay, Pinot Nero.

Oggi l’azienda è costituta da 10 ettari nella zona di Serralunga, una delle zone più complesse e interessanti per la produzione di Barolo.

Ettore Germano – viticoltori in Serralunga